NEL KARATE UN PUGNO POTENTE DIPENDE DAL CERVELLO

By Sam Wong – 15 Luglio 2012 – (Traduzione a cura di Dojo Karatekai Caserta) – Articolo originale (English)

Hirokazu Kanazawa Choku Zuki

Hirokazu Kanazawa Choku Zuki

Attraverso un protocollo di test a scansione alcuni ricercatori hanno rivelato caratteristiche distintive nella struttura del cervello di esperti di Karate che si correlano con l’abilità di eseguire i pugni.

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Sono state rivelate, infatti, caratteristiche distintive nella struttura del cervello di esperti di Karate che potrebbero essere collegate alla loro capacità di eseguire i pugni con una grande potenza da distanza ravvicinata. I ricercatori sono dell’Imperial College di Londra e UCL (University College London) e hanno trovato differenze nella struttura della materia bianca – responsabile dei collegamenti tra le diverse aree del cervello – attraverso un test di abilità nell’eseguire i pugni paragonando esperti cinture nere e principianti.

Gli esperti di Karate sono in grado di generare forze estremamente potenti con i loro pugni, ma come questo accade non è ancora chiaro. Precedenti studi hanno provato che la forza generata in un pugno di Karate non è determinato dalla forza muscolare ma da fattori legati al controllo del movimento dei muscoli da parte del cervello.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Cerebral Cortex, ha esaminato le differenze nella struttura del cervello tra 12 praticanti di Karate con un grado di cintura nera e una media di 13,8 anni di esperienza nella pratica e 12 soggetti di controllo della stessa età che si sono esercitati regolarmente ma non hanno mai avuto alcuna esperienza nel campo delle arti marziali.

I ricercatori hanno testato con quanta forza i soggetti colpiscono quando eseguono un pugno, ma per fare un paragone più attendibile hanno ristretto il test  dei non-esperti con la modalità di colpo a corto raggio – distanza di 5 centimetri. I soggetti indossavano marcatori infrarossi sulle braccia e sul tronco in modo da catturare la velocità dei loro movimenti .

Come previsto, il gruppo di Karate ha dimostrato di colpire in maniera più potente. La potenza dei loro pugni diminuiva con il trascorrere del tempo: la forza che generavano era correlata alla sincronizzazione tra  movimento dei polsi e delle loro spalle.

Le scansioni cerebrali hanno mostrato che la struttura microscopica in alcune regioni del cervello differiva tra i due gruppi. Ogni regione del cervello è composta di materia grigia, consistente i principali corpi di cellule nervose, e di materia bianca, che è principalmente costituita da fasci di fibre che trasportano segnali da una regione all’altra. Le scansioni utilizzate in questo studio, chiamate tensori di diffusione per immagini (DTI), hanno rilevato differenze strutturali nella materia bianca di alcune aree del cervello, chiamate cervelletto e corteccia motoria primaria, note per essere coinvolte nel controllo del movimento. Queste aree sono raffigurate di seguito in bianco.

dti

Le differenze misurate dal DTI nel cervelletto sono state correlate con la sincronia dei movimenti del polso e della spalla dei soggetti mentre eseguivano dei pugni. Anche il segnale DTI è stato correlato con l’età in cui gli esperti di Karate hanno iniziato ad allenarsi e con il loro tempo totale di pratica nella disciplina. Questi risultati suggeriscono che le differenze strutturali nel cervello sono collegate alla capacità delle cinture nere di eseguire i pugni.

La maggior parte della ricerca sul modo in cui il cervello controlla il movimento si è sempre basata sull’esame di come le malattie possono compromettere le capacità motorie” – ha dichiarato il dr. Ed Roberts, del Dipartimento di Medicina presso l’Imperial College di Londra, che ha condotto lo studio – “Abbiamo attuato un approccio diverso, cercando di capire cosa permette agli esperti di svolgere meglio le prove di abilità fisica rispetto ai principianti“.

Le cinture nere di Karate sono riuscite a coordinare ripetutamente la loro azione di pugno ad un livello  più efficiente dei principianti. Pensiamo che tale abilità potrebbe essere correlata ad una più fine attività delle connessioni neurali nel cervelletto, permettendo loro di sincronizzare i movimenti del braccio e del tronco con estrema precisione”.

Stiamo solo iniziando a capire il rapporto tra struttura e il comportamento del cervello, ma i nostri risultati sono coerenti con le precedenti ricerche che mostrano quanto il cervelletto giochi un ruolo fondamentale nella capacità di produrre movimenti complessi e coordinati”.

Ci sono diversi fattori che possono influenzare il segnale DTI, per tale ragione non possiamo dire esattamente a quali caratteristiche della sostanza bianca queste differenze corrispondano. Ulteriori studi che utilizzano le tecniche più avanzate ci daranno un quadro più chiaro”.

Lo studio è stato sostenuto dal Medical Research Council (MRC), dal Wellcome Trust, e dall’Istituto Nazionale per la Salute della Ricerca (NIHR) Centro di Ricerca Biomedica presso l’University College London Hospitals NHS Foundation Trust e University College di Londra.

Riferimenti:

RE Roberts et al. “Differenze individuali nella coordinazione motoria di esperti associata alla microstruttura della sostanza bianca nel cervelletto“. Cerebral Cortex , 15 agosto 2012 . doi : 10.1093/cercor/bhs219

1° INCONTRO – KARATE-DO e dintorni…

Sabato 22 marzo 2014 – San Leucio, (Caserta)Lezione con il M° Lucio Maurino – c.n. 5° dan FIJLKAM – Un momento di condivisione e approfondimento dei principi che hanno caratterizzato gli stili piu’ diffusi del Karate moderno: oggi, per gli avanzati, lezione dedicata al M° Hironori Otsuka, fondatore del Wado-Ryu, con kihon kumite e idori.

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«Quando pratichi il Karate come arte marziale, non significa solo impegnarti, ma anche impegnare te stesso ad un certo modo di vivere che include allenamento agli ostacoli della vita e trovare la via per un’esistenza ricca di significati per tutto il tempo che ti è concesso su questa terra. Attraverso questo modo di vivere potrai raggiungere il Wa (pace interiore) e vivere la pienezza della vita. Bisogna trovare il Wa attraverso la pratica, una volta entrato nel Wa, troverai molte altre vie per crescere e migliorare il tuo modo di vivere. Ciò ti aiuterà a migliorare in tutti i settori della tua vita».

(cit. Hironori Otsuka – fondatore del Karate Wado Ryu)

Gruppo Avanzati

Gruppo Principianti

COME SI IMPARA UNA TECNICA: IL RUOLO DEI NEURONI SPECCHIO

di Cesare Bertone (Centro di Scienza Cognitiva – Università e Politecnico di Torino)

Una parte delle scoperte più importanti per l’umanità è avvenuta per caso. E’ rimasta famosa quella della penicillina da parte di Fleming, ma i casi sono davvero molti. Quella che  qui ci interessa è quella dei neuroni  specchio, avvenuta all’inizio degli Anni Novanta da parte dell’équipe di neuro-scienziati dell’Università di Parma coordinati da Giacomo Rizzolatti.

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I ricercatori avevano collocato elettrodi nella corteccia frontale inferiore di un macaco per studiare la risposta di neuroni specializzati nel controllo dei movimenti della mano, come il raccogliere o il maneggiare oggetti. Durante ogni esperimento era registrato il comportamento di singoli neuroni nel cervello della scimmia mentre le si permetteva di accedere a pezzetti di cibo. L’aneddotica racconta che durante una pausa degli esperimenti, uno dei ricercatori afferrò una banana alla presenza della scimmia ancora collegata alla macchina e udì il tipico rumore gracchiante dei neuroni che scaricano. Come poteva essere accaduto questo, se la scimmia non si era mossa?

In un primo momento gli sperimentatori pensarono si trattasse di un difetto nelle misure o un guasto nella strumentazione, ma tutto risultò a posto e la risposta del neurone si ripeté non appena fu ripetuta l’azione di afferrare. Ci si rese così conto che una parte dei neuroni motori situati in quella particolare regione del cervello non soltanto scaricava quando la scimmia afferrava un oggetto, ma anche quando la scimmia semplicemente vedeva qualcun altro effettuare un’azione simile. Per quel tipo di neuroni motori, era cioè indifferente se a fare l’azione era la scimmia, lo sperimentatore o un’altra scimmia: essi rispondevano comunque. In virtù di questa loro caratteristica, i ricercatori decisero di chiamare questi neuroni mirror neurons e cioè neuroni specchio, neuroni che rispecchiano il comportamento osservato.

La scoperta ebbe giustamente una risonanza mondiale e Rizzolatti è da alcuni anni in corsa per il Premio Nobel: se fosse stato un ricercatore americano, sarebbe stato probabilmente già premiato. Nel 1995 la stessa équipe di neuro-scienziati fornì la prima dimostrazione dell’esistenza di un sistema analogo nell’uomo e da allora il sistema mirror è stato invocato per spiegare una varietà di fenomeni, dall’empatia all’evoluzione del linguaggio, alla sofisticata capacità di comprendere e decodificare le intenzioni altrui. Solo recentemente si è iniziato a studiare il ruolo che  questi neuroni potrebbero svolgere nell’apprendimento. In effetti, noi impariamo una quantità enorme di gesti, comportamenti e movimenti semplicemente osservando altri mentre li eseguono. Che si tratti di usare una pinzatrice o girare la chiave nella toppa, non abbiamo bisogno che qualcuno ci spieghi come fare: ci basta guardare quello che fa.

Gli educatori di ogni tempo hanno sempre insistito sul valore educativo dell’esempio e, nella saggezza popolare, si è sempre affermato che un comportamento corretto ha più valore, nell’educazione, di cento discorsi. Non si sapeva però perché l’esempio avesse un forza così grande nell’apprendimento. La scoperta dei neuroni specchio ne svela il meccanismo. Noi replichiamo, dentro il nostro cervello, le azioni e i gesti che osserviamo fare agli altri, anche quelli che disapproviamo. Imitiamo (il nostro cervello imita) quello che vediamo fare: se non eseguiamo l’azione che osserviamo è soltanto perché meccanismi inibitori intervengano a bloccare l’azione, senza evitare, peraltro, che il nostro cervello la simuli internamente. Si comprende così bene perché la corretta esecuzione del gesto tecnico sia importante nell’insegnamento delle nostre discipline e perchè la spiegazione possa essere integrativa ma non sostitutiva del movimento esemplare. Nell’osservare il Maestro mentre insegna o applica una tecnica, l’allievo attiva gli stessi gruppi muscolari che il Maestro impiega nell’eseguire la tecnica e questo facilita la successiva esecuzione da parte  dell’allievo. Se la dimostrazione della tecnica è inefficace, la riproduzione sarà inefficace, indipendentemente da ciò che il Maestro possa aver detto prima, durante o dopo l’esecuzione. Pur ascoltando le parole corrette del Maestro, l’allievo avrà infatti simulato un gesto errato.

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Tada Hiroshi Shihan – 9° dan di Aikido

Certamente l’educazione di un atleta è cosa più complessa dell’apprendimento del gesto tecnico e implica dinamiche psicologiche articolate. Il Maestro trasmette, attraverso la parola, valori e regole che, oltre alla vita sportiva del giovane, sono preziosi per il vivere sociale e per la convivenza positiva in una società bene ordinata. Egli inoltre trasmette, con il suo comportamento, un modo implicito di agire che influenzerà profondamente il giovane nei suoi rapporti con gli altri. Tuttavia, per quanto riguarda il gesto tecnico, è fondamentale che il Maestro ponga la massima attenzione sulla sua esecuzione e non si accontenti mai del “più o meno”. Meglio quindi rimandare la dimostrazione di una tecnica che insegnarla male. Correggere un comportamento sbagliato è sempre più difficile che impararne uno nuovo.

Queste considerazioni mettono in luce l’importanza dei corsi di aggiornamento: è importante che i Tecnici continuino ad esercitarsi ed ad aggiornarsi e che il livello dei corsi di aggiornamento sia il più alto possibile. Se il Maestro infatti non pratica realmente e non si prepara, se non è capace di trasmettere in modo corretto ed efficace le tecniche, egli non soltanto non svolge il suo compito educativo, ma danneggia l’allievo. Osservando il Maestro, l’allievo simula e finisce per imparare una tecnica sbagliata. La natura stessa della funzione educativa del Maestro risulta così compromessa. L’immagine del Tecnico che assiste annoiato al corso di aggiornamento obbligatorio, che è poco motivato, che si muove un po’ faticosamente e che evita l’impegno, è quella che viene messa in discussione alla luce di quanti si sa ora dell’apprendimento motorio.

Sakumoto Tsuguo Shihan – 8° dan di Karate Riuei Ryu di Okinawa

Come è importante l’esempio del Maestro, così è importante per l’evoluzione tecnica dell’atleta l’esperienza a livello nazionale ed internazionale. Vedere altri atleti evoluti, altri tecnici, incontri di alto livello, (unito, ovviamente, al confronto e al lavoro pratico con altri) fa infatti progredire sensibilmente le capacità tecniche e competitive degli atleti. Guardare non è una perdita di tempo, anche perché ciò che vede un atleta non è ciò che vede uno spettatore che non abbia mai praticato quella disciplina. Studi recenti hanno infatti dimostrato che il coinvolgimento del sistema mirror dipende dall’esperienza: tanto più l’osservatore è esperto, tanto più il suo sistema motorio è coinvolto nell’osservazione dell’azione. Sintetizzando, possiamo quindi dire che mentre un osservatore non esperto guarda soltanto con gli occhi, un osservatore che abbia esperienza diretta dei movimenti che vede eseguire, guarda col corpo. E curioso come una ricerca di laboratorio, apparentemente lontana dalle nostre discipline e dalle esigenze ad esse correlate, possa avere ricadute così importanti da indurci a ripensare il nostro stesso modo di insegnare e aggiornarci. La scimmia di Rizzolatti, senza saperlo, ci costringe così a migliorare la nostra preparazione e a svolgere il nostro insegnamento con maggiore attenzione e accuratezza, a diventare cioè Maestri migliori.

Letture consigliate

G. Rizzolatti, C. Sinigaglia (2006).
So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio. Raffaello Cortina Editore

Il M° HASEGAWA al Dojo Karatekai Caserta

Caserta, 18 Novembre 2013 – Dopo lo Stage Internazionale di Karate denominato  “KARATE ALL STARS” svoltosi il 15/16/17 Novembre, il Dojo Karatekai Caserta ha avuto l’onore ed il piacere di avere come ospite il M° Yukimitsu Hasegawa che ha impartito alcune interessanti lezioni sullo stile Shito di cui è rappresentante per il Giappone con il grado di 7° dan. Tutti i membri del Dojo, uniti al M° Lucio Maurino, gli sono particolarmente grati per questo fantastico regalo.

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DKK_Hasegawa_Maurino_10-16-anni

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