DOJO, NON PALESTRA. REGOLE, ETICHETTA E FALSI MITI

di Leonardo Marchi – Pubblicato in Karateka.it

Il Dojo o meglio Dōjō (道場) è il luogo dove si praticano le arti marziali o meglio dove si ricerca la “via”: Do è traducibile come la “via” e Jo come luogo. Originariamente ereditato dalla cultura Buddista ed inteso come il luogo del risveglio di Buddha, successivamente adottato nella pratica militare per l’allenamento del Bujutsu.

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Nel budō è lo spazio in cui si svolge l’allenamento ma è anche dove il praticante instaura uno speciale rapporto con l’arte che pratica, dove si ricerca la perfezione nell’allenamento, purificando la mente e dedicandosi all’arte in tutti i suoi aspetti.

In origine i Dojo erano molto piccoli, con un esiguo numero di allievi e situati in luoghi nascosti, vista la volontà di preservare i segreti della tecnica. Per i Sensei e gli allievi (Kohai) diviene una seconda casa e viene abbellito con lavori di calligrafia (Shodo), oggetti artistici e composizioni floreali. In occidente il termine viene tradotto come palestra (Gym) e insieme all’errata interpretazione si è perso (spesso) anche il suo valore, la palestra diventa il luogo dove ci si allena e il più delle volte se ne perde il valore morale e spirituale.

Il dojo è come una piccola società, con regole ben precise che devono essere rispettate. Quando gli allievi indossano il keikogi o Karategi diventano tutti uguali; la loro condizione sociale o professionale viene lasciata negli spogliatoi, per il maestro essi sono tutti sullo stesso piano. Si apprendono con le tecniche una serie di norme, che vanno dalla cura della persona e del Karategi, al fatto di non parlare, non sporcare, non portare ornamenti, al fatto di comportarsi educatamente sino all’acquisizione dell’etica dell’arte marziale.

Lo spazio del Dojo

Ogni Dojo ha un lato che viene considerato più importante chiamato SHOMEN (facciata corretta), solitamente opposto al lato di ingresso del Tatami, rappresenta il riferimento che orienta il Dojo nello spazio fisico. Vengono apposti i ritratti dei Maestri fondatori dello stile o della scuola; Su questo lato è possibile trovare il Kamiza (posto d’onore), con un Tokonoma (alcova) con appese le pergamene (emakimono) e con disposti decori come Bonsai e/o Ikebana. Saltuariamente viene collocato anche un Kamidana (santuario shintoista).
Quando effettuate il saluto “Shomen ni rei” ora sapete a chi vi rivolgete.

Ogni posizione è definita

Il lato dello Shomen, si trova apposto all’ingresso, di solito è il posto più comodo e caldo e soprattutto più sicuro dagli attacchi esterni, il lato più protetto. Il lato opposto si chiama Shimoza ed è il luogo dove si dispongono gli allievi per effettuare il saluto in ordine di grado, con i più esperti vicino al lato Joseki (a destra). Solo il Sensei da le spalle allo Shomen, permettendo a tutti gli altri di vedere il contenuto del Tokonoma.
A destra (guardando lo Shomen) si ha il Joseki, dove si collocheranno gli assistenti (SEMPAI), il lato sinistro, definito Shimoseki, rimane libero durante il saluto ma può essere utilizzato dagli allievi nel caso in cui il Sensei di disponga sul lato Joseki, in questo caso gli allievi si disporranno con i gradi più alti dal lato del Kamiza.

Durante le esercitazioni a coppie il compagno con il grado più alto occupa il lato di spalle allo Shomen.

Le Regole del Dojo

Ognuno ha le proprie abitudini e impone le proprie regole. Generalmente quelle che seguono sono in uso in quasi tutti i Dojo!

  • L’accesso al dojo è riservato a chi vuol praticare. Si accede al Dojo solo con l’apposito abbigliamento indossato, evitando di terminare la vestizione all’interno. Chi vuole seguire la lezione senza partecipare potrà farlo in silenzio senza recare disturbo.
  • Per motivi di igiene e sicurezza, non indossate orecchini, collane, braccialetti o orologi durante l’allenamento. Siate sempre attenti ad avere il corpo e i piedi puliti. È buona regola lavarsi i piedi prima di entrare in palestra. Durante l’allenamento si lavora spesso a stretto contatto con gli altri. Nessuno ama allenarsi con chi è sporco.
  • La puntualità è categorica. La lezione inizia sempre rigorosamente negli orari indicati ed è pertanto necessario ritrovarsi nel dojo almeno mezz’ora prima ed entrare nella classe pronti per iniziare. Perdere tempo vestendosi a lezione iniziata non è rispettoso verso il maestro e i compagni.
  • Se si arriva in ritardo, a lezione già iniziata, si attende che l’insegnante ci consenta di entrare, quindi si esegue il saluto al Kamiza e al Sensei e si entra posizionandosi in fondo al gruppo.
  • Se il Sensei Vi chiede di spostarvi in un punto preciso del Dojo, lo si dovrà effettuare il più velocemente possibile.
  • Non si deve interrompere il Sensei mentre spiega o durante la lezione. Si potranno effettuare le domande, alla fine della spiegazione o dell’esercitazione.
  • Non lasciate mai il vostro posto senza il permesso dell’insegnante.
  • Mai camminare in mezzo ad una coppia che si sta esercitando, o di fronte all’insegnante mentre spiega un esercitazione; Evitate di camminare vicino alla parete dello Shomen.
  • Durante la pratica non parlate, non state appoggiati al muro o rimanete inattivi durante la lezione.
  • Nei momenti di pausa dalla pratica, durante la spiegazione del Sensei, ci si dispone in Seiza o a gambe incrociate (Agura) in righe o in semicerchio sempre lasciando il lato dello Shomen libero.
  • Al termine della lezione lasciare il dojo in silenzio cercando di riflettere e meditare sulla lezione fatta.
  • Gli allievi contribuiscono alla pulizia del Dojo e degli spogliatoi. E’ doveroso sporcare il meno possibile e aiutare nella pulizia dei locali.
  • E’ vietato mangiare, bere o masticare gomme all’interno del dojo. E’ vietato fare uso inapproriato del telefonino e, ovviamente, è vietato fumare.

L’INFLUENZA DELLA CULTURA GIAPPONESE NELLE ARTI MARZIALI

di Marco Forti – pubblicato su Karateka.it
Lo sviluppo della cultura giapponese è stato fortemente influenzato dalla scarsa disponibilità di superficie rispetto alla densità della popolazione e dall’isolamento geografico che, nel corso dei secoli, ha permesso di mantenere inalterati i valori originari della civiltà feudale.
出る釘は打たれる (deru kugi wa utareru)
Il chiodo che sporge va ribattuto
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La cultura giapponese si è evoluta esaltando l’ordine, l’importanza della gerarchia e dell’etichetta, l’unità e la legalità.

Il giapponese considera l’autorità necessaria alla sopravvivenza della società e l’ubbidienza all’autorità come una forma di cooperazione piuttosto che di coercizione. Il benessere del gruppo viene considerato più importante di quello del singolo.

Conformità sociale, gerarchia e dinamica del gruppo

L’antropologa giapponese Chie Nakane, afferma «Il Giappone moderno ha una struttura gerarchica che segue una stratificazione verticale in base alle istituzioni, piuttosto che orizzontale in base alle classi o alle caste. L’individuo giapponese non ha uno status individuale universalmente valido nella società, ma la sua identità è determinata esclusivamente dal ruolo che assume in una particolare istituzione.
Non bisogna confondere la gerarchia giapponese con quella occidentale, come se fossero equivalenti i rapporti di forza e le strutture sociali: il fine ultimo della gerarchia giapponese è la costituzione del gruppo. Gruppo, che può essere di lavoro, di studio o familiare.»(1)

Malgrado la sua modernizzazione, il Giappone rimane comunque una società gerarchica in cui tutto è regolato da convenzioni e norme meticolose.

Gli antichi guerrieri vivevano per la lealtà, la disciplina, l’obbedienza alla nazione al clan, alla famiglia e all’onore personale. Le forme oggi sono cambiate, ma le qualità del popolo giapponese sono rimaste invariate, così come le tradizioni, che sono vive perché condizionano inequivocabilmente un presente, che a sua volta le ridefinisce e rafforza.

Tradizione e modernizzazione non sono in Giappone in contrasto, ma due facce della medesima medaglia. Il sistema giapponese ha realizzato una completa integrazione fra modernizzazione e tradizione sfruttando le caratteristiche culturali a vantaggio dello sviluppo e dell’organizzazione.

studentesse giapponesi

Nella cultura giapponese esiste una forma d’ordine, a cui gli occidentali non sono abituati, in cui è vero che l’individuo è vulnerabile e l’individualità non viene incentivata, ma esiste una sensibilità comune che dà l’impressione di avere a che fare con una sorta di persona collettiva.

La gerarchia non ha quindi lo scopo di proclamare la supremazia di un individuo sugli altri, ma quella di stabilire i doveri all’interno del gruppo, in cui il valore dominante è l’armonia, che si manifesta nella gratitudine e lealtà, nei sentimenti di benevolenza e di comprensione del capo nei confronti dei suoi subordinati.

Esistono rapporti importanti che comportano differenze di età fra le persone coinvolte: quelli tra genitori e figli, tra insegnanti e studenti, tra superiori e subordinati, che divengono un modello per le altre relazioni interpersonali.

In Occidente, le differenze di età e di stato non influenzano i rapporti tra le persone come avviene in Giappone.

Gli studenti possono parlare con i professori in modo molto informale. Una matricola e un anziano in un college possono essere buoni amici. I giovani e agli anziani possono avere un rapporto paritetico.

In Giappone, quando i giapponesi si riuniscono, il loro comportamento è fortemente influenzato dalla consapevolezza del livello e del grado di ogni persona del gruppo in accordo con l’età e lo stato sociale.

La consapevolezza delle differenze di età e di rango è inoltre una necessità costante per l’uso appropriato della lingua giapponese. Un giapponese deve infatti parlare con un anziano usando un vocabolario e una forma linguistica più educati, usando cioè il linguaggio formale che in giapponese è chiamato Keigo.

Il rapporto Senpai-Kohai

Niente descrive più chiaramente questo aspetto della tradizione e della natura gerarchica della società giapponese che il rapporto tra Senpai(l’anziano o il superiore) e Kohai (più giovane) in qualsiasi organizzazione sociale.
L’atteggiamento verso il proprio Senpai è caratterizzato da formalismo, obbedienza e fiducia.

Il rapporto tra inferiori o Kohai e i loro Senpai segue le rigide regole imposte dall’etichetta, manifesta il rispetto della gerarchia e quindi l’adesione alla struttura sociale(2).

Secondo la cultura giapponese, l’accettazione di altri come propri superiori è uno strumento utile per insegnare la leadership, l’autocontrollo e l’autodisciplina.

Il rischio è che questa consuetudine possa inibire lo sviluppo personale: quando gli individui smettono di pensare con la loro testa e lasciano le decisioni ai loro superiori, possono diventarne dipendenti e interrompere il percorso che porta alla maturità, ma questo fa parte delle regole del gioco.

Nell’interpretare questo rapporto è importante tener presente la sua confrontabilità con la famiglia che rappresenta il pilastro della società giapponese in quando propone e rispecchia le norme, i valori culturali, le tradizioni e il pensiero comune.

All’interno della famiglia giapponese i bambini sono molto amati e viziati, le oba-san e gli oji-san (nonne e nonni) di solito occupano un posto speciale e godono di grande considerazione: l’inizio e la fine della vita sono considerati vicini al mondo spirituale e quindi degni di un rispetto maggiore. La dipendenza del più giovane, del più fragile della famiglia non solo è accettata, ma diventa il punto focale della relazione, in cui si esprimono i valori di coesione e di unità, e si consolidano i ruoli all’interno del gruppo.

I sentimenti di affetto e la gerarchia propri delle relazioni familiari, invece che entrare in contraddizione, si rafforzano vicendevolmente, affermando gli ideali di ordine e armonia.

Nella famiglia nascono e si sviluppano i valori fondamentali di tutte le relazioni interpersonali e il codice di comportamento che ne deriva consente di rendere simili e comparabili situazioni sostanzialmente dissimili, come l’ambiente famigliare, la scuola e il mondo del lavoro.

L’affermazione: «I Senpai sono come padri protettivi, come fratelli maggiori» indica proprio come la relazione Senpai-Kohai abbia profonde analogie con la relazione esistente all’interno della famiglia fra i genitori e i figli o fra il fratello maggiore e quelli più giovani.

Il rapporto senpai kohai nelle scuole

Il rapporto senpai kohai inizia nelle scuole

Gli studenti giapponesi incontrano il loro primo Senpai nella scuola media, quando si iscrivono a qualche circolo, sportivo o culturale, e questo rapporto durerà anche dopo il loro diploma.

I nuovi studenti sono addestrati, come dei soldati, a servire il loro Senpai. Quando parlano con il loro Senpai devono usare un linguaggio educato e formale per mostrare rispetto verso l’anziano.

Quando incontrano il loro Senpai devono inchinarsi.

Chiamare gli anziani per nome è proibito.

In questo rapporto molto rigido e formale, simile al sistema gerarchico dell’esercito, l’obbedienza è il valore più importante del Kohai.

Questa relazione si ripropone anche nel mondo del lavoro.

La relazione senpai-kohai si ripropone anche nel mondo del lavoro

Come già detto nella cultura giapponese è cruciale sapere in anticipo chi è più anziano e chi è più giovane in qualsiasi relazione personale, in modo tale da usare, nei confronti dell’anziano, il giusto tono di voce, l’appropriato livello di formalismo e di termini onorifici.

Per questo motivo nessun rapporto d’affari può cominciare prima di essersi scambiati i biglietti da visita (Meishi), che contengono informazioni molto precise e dettagliate sul rango e sulla posizione aziendale, in modo da aver chiaro chi deve portar riguardo a chi.

Le più recenti ed autorevoli analisi sulla moderna organizzazione giapponese conferiscono un posto determinante al rapporto Senpai-Kohai, che è considerato cruciale per comprendere le caratteristiche tipicamente giapponesi della loro struttura aziendale.

La relazione Senpai-Kohai è riproposta ed enfatizzata nel Budo giapponese.

Il Rei, ossia “il saluto” e quindi l’inchino come sua forma esteriore (Tatemae) e il rispetto come forma interiore (Honne), riunisce le nozioni di educazione, cortesia, gerarchia, lealtà e gratitudine.

Non per niente i termini, che in giapponese indicano l’etichetta (Reishiki / Reigi), derivano direttamente da Rei e in questa particolare accezione, l’etichetta non è solo l’espressione del mutuo rispetto all’interno della società, ma un mezzo per prendere coscienza della propria posizione e avvicinarsi alla comprensione del Budo.

Come nella famiglia c’è una gerarchia naturale, così è nel Budo: maestro e allievo, Senpai, Dohai e Kohai, gradi avanzati e principianti, e tutte queste relazioni devono agire in modo congiunto, per preservare l’ordine e l’armonia nel gruppo.

L’etichetta consiste nel determinare caso per caso il giusto equilibrio.

Per un giapponese che pratica in un dojo, adeguarsi a queste norme è facile, non ha che da replicare le regole di comportamento, che già applica, sotto altra forma nella sua vita sociale.

Per un occidentale è più difficile. L’informalità, che caratterizza i nostri rapporti quotidiani, mal si coniuga con le rigide norme dell’etichetta, di cui fatichiamo ad elaborarne i contenuti.

Le relazioni Sensei-Deshi e Senpai-Kohai, così diffuse e naturali nella società giapponese, sono per l’occidentale, anche se praticante di arti marziali, di difficile comprensione ed attuazione.

Eppure è così semplice: “Il Senpai si prende cura del Kohai, perché occupa il posto che è suo e merita perciò che ci si occupi di lui.” Allo stesso modo il rispetto verso il Senpai non deve essere richiesto o imposto, il Kohai “deve avere il desiderio naturale di rispettare il Senpai.

Così in Giappone l’allievo non fa domande al maestro, accetta l’insegnamento perché il Sensei ne sa di più, ha maggior esperienza, inoltre fare domande è considerato scortese e potenzialmente distruttivo dell’armonia del gruppo.

Forse è proprio questa semplicità, questa naturalezza, questa forma di ordine gerarchico per noi atipica, questa certezza che non ammette replica, che ostacola la capacità di capire …

Ma in fondo cosa c’è da capire … basta accettare.

Ed è di questa impostazione culturale, tutta giapponese, che il Karate-do moderno è figlio.

Ed è forse anche a causa di questa impostazione culturale che impone il non fare domande ai propri maestri che buona parte delle conoscenze e delle pratiche dell’antica arte di Okinawa si sono perse per sempre nelle sabbie del tempo …

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NOTE

(1) Chie Nakane – Personal Relations in a Vertical Society: A theory of Homogeneous Society – Kodansha – Tokyo 1967
(2) Patrizia Corgiat Mecio – La relazione Senpai-Kohai nella cultura giapponese – 2001

AIKIDO E KI-NORENMA

Tada Hiroshi Shihan – 9° dan Direttore didattico Aikikai d’Italia

Ki-no-renma tradotto letteralmente significa: “forgiare la propria energia vitale”. Il termine “renma” è usato in Giappone per indicare l’arte della forgiatura delle spade che avviene attraverso un lavoro lento, lungo e ripetuto di sovrapposizione di diversi strati di metallo. La parola “ki” (prana in sanscrito, ch’i in cinese) rappresenta l’energia vitale che sottostà al metabolismo, alla sopravvivenza e all’espressione mentale, emotiva e spirituale dell’essere umano.

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Il ki non va  inteso come una semplice energia materiale simile all’elettricità, ma piuttosto come una forza sottile dotata di intelligenza, amore e volontà.
Nel corpo umano il ki scorre all’interno del sistema nervoso e di particolari canali definiti meridiani.
Durante la pratica del ki-no-renma, si cerca di entrare in contatto, assorbire, assimilare e far circolare in noi questa Forza che è contemporaneamente personale e universale.

ki - "energia vitale"

ki – “energia vitale”

Quindi il ki-no-renma è l’insieme degli insegnamenti esoterici e interiori relativi alle tecniche di respirazione, concentrazione e meditazione per la pratica dell’aikido. Queste tecniche sono state insegnate al direttore didattico dell’Aikikai, H. Tada Sensei, da Nakamura Tempu che le ha a sua volta apprese in India dal maestro di raja yoga, Kaliapa. Senza la conoscenza e la pratica del ki-no-renma, le tecniche dell’aikido mancano della loro sostanza e profondità e rimangono delle vuote forme esteriori. Il ki-no-renma è comunque una validissima pratica anche per chi non è attratto dall’aikido in quanto fornisce le basi filosofiche ed esperienziali per tutti coloro che sono interessati alla propria crescita spirituale e all’incremento della propria energia.

Tecniche studiate:

  • tecniche di respirazione e incremento dell’energia (kokyu, pranayama);
  • tecniche di concentrazione (dharana);
  • apertura dei centri sottili (tanden, chakra);
  • controllo dei 5 sensi (pratyahara);
  • meditazione (anjodaza).

Obiettivi:

  • incrementare la propria energia vitale;
  • migliorare la concentrazione;
  • rilassare il corpo rendendolo più forte;
  • ridurre lo stress;
  • imparare la meditazione,
  • dare una solida base interiore alla pratica tecnica dell’aikido.

 LE PREGHIERE DI NAKAMURA TEMPU

Versi del pranayama

In questo grande Universo, che è imperscrutabile
e divino, vi è un vigore che da forza all’energia di noi esseri umani.
Esso risiede ovunque ed ogni luogo riempie.
Con un metodo misterioso detto pranayama, con gratitudine profonda, dalle viscere fino all’estremità dei quattro arti,
accogliamo tale vigore, finché non ne siamo più che sazi.

Giuramento giornaliero
Senza cedere a rabbia, timore e dolore
Con onestà, benevolenza, piacere
Con forza, coraggio e fede
Oggi adempirò i miei doveri verso la vita
Mai perderò la pace e l’amore
E vivrò come un autentico essere umano.
Tutto questo oggi giuro a me stesso.

Versi della forza
Io sono la Forza. Un cristallo della Forza
Dunque nulla può vincermi
Malattia, destino e tutto il resto
La Forza sovrasta.
E’ cosi! Un cristallo della potente potente Forza io sono.

PERCHÉ IL KARATE MODERNO È IN CRISI (E COME SI PUÒ RISOLVERE IL PROBLEMA)

Perché il Karate moderno si è rotto (e come si può risolvere il problema)

Pubblicato in KaratebyJesse – ed in Karateka.it

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Articolo tradotto con l’autorizzazione dell’autore Jesse Enkamp.

Articolo originale: http://www.karatebyjesse.com/why-karate-is-broken/ 

Luglio 1920.

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La prima guerra mondiale è ufficialmente finita.

La bolla economica del Giappone sta esplodendo.

Per impedire alla gente di pensare all’imminente recessione del dopoguerra, il governo giapponese decide di aumentare il pubblico spettacolo.

Come tutti sappiamo, i media sono la migliore medicina per un momento duro, Non trovi?

Un giorno, un programma speciale è in scena nelle sale cinematografiche …

E ‘il campionato del mondo di boxe, tra Jack Dempsey e Georges Carpentier.

Molti giapponesi non avevano mai visto la boxe.

Erano stupefatti!

Vedete, in Giappone, hanno tradizionalmente usato le armi per combattere – come la spada lunga, la spada corta, l’arco e frecce, la lancia o un coltello. E quando non hanno usato le armi, hanno combattuto con la lotta, proiezioni, leve articolari, strangolamenti e così via.

Combattere come i pugili occidentali era davvero folle!

Nelle Arti marziali giapponesi non sì è mai visto niente di simile.

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Che incredibile opportunità …

I leader giapponesi hanno notato la reazione del pubblico alla boxe e hanno visto l’evento come una brillante occasione per rafforzare il nazionalismo e lo spirito giapponese (yamato damashii) dei suoi cittadini.

I pugili famosi sarebbero stati invitati a promuovere lo sport nel Giappone. Svolte manifestazioni pubbliche. Club di boxe che venivano aperti ed emozionanti incontri di boxe sarebbero andati in onda in tutta la nazione.

Tutto questo aumenterebbe lo spirito del samurai del Giappone!

C’era solo un piccolo dilemma:

Non tutte le persone avrebbero apprezzato l’idea di portare ulteriori influenze straniere.

Il sistema scolastico giapponese, modello militare e delle infrastrutture erano già basati su influenze europee, in particolare della Germania, Gran Bretagna e Francia.

Non potrebbero, invece, essere i giapponesi ad insegnare boxe?

Beh, che ci crediate o no …

Nel 1921, una rivista di Tokyo ha pubblicato un articolo innovativo di Sasaki Gogai, che ha detto che il pubblico giapponese non deve guardare a Occidente per avere esperti stranieri di pugilato, persone con tali capacità esistono già in Giappone in un regno dell’isola a sud.

Quell’isola era Okinawa – il luogo di nascita del Karate.

Lo stesso anno, il principe ereditario Hirohito visitò Okinawa nel viaggio verso l’Europa. Durante la visita di Hirohito è stata organizzata una manifestazione in suo onore da un gruppo di artisti locali.

Lo spettacolo culturale includeva danza, il canto, la musica dal vivo …

… E qualcosa chiamato “Toudi”.

Toudi era il nome della locale arte marziale di Okinawa. Il nome letteralmente significava “mano cinese”, a significare che è stata influenzato da antiche arti di combattimento cinesi.

La manifestazione ha mostrato una serie di attacchi, calci, parate e pugni contro gli avversari, e anche il combattimento senza avversari – simile alla boxe a vuoto.

Incredibile.

Questo metodo di combattimento rurale, dalla piccola isola di Okinawa, potrebbe diventare la risposta alla boxe che i giapponesi stavano cercando!

Uno degli artisti era l’uomo perfetto per la diffusione del Toudi in madrepatria Giapponese. Ha lavorato come insegnante nella scuola, era acculturato, parlava giapponese e aveva praticato Toudi fin da giovane età.

Il suo nome era Gichin Funakoshi [1868-1957].

(O Shoto, come amava chiamare se stesso.)

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E ‘diventato “il prescelto”.

Nel mese di maggio 1922, Gichin Funakoshi è stato invitato alla prima Esposizione Atletica Nazionale tenutasi nel quartiere Ochanomizu di Tokyo, per promuovere il Toudi.

La sua presentazione è stata un successo!

Tutti il continente Giapponese ha apprezzato il lavoro presentato da Funakoshi, e si è convinto che è quello di cui c’era bisogno in quel momento. Funakoshi poteva così completare la missione del suo maestro Itosu Anko, che anni prima aveva guidato una campagna per diffondere il Toudi a Okinawa attraverso il sistema scolastico.

Funakoshi avrebbe potuto portare il Toudi fuori dalla sua culla, facendone un’arte marziale giapponese ufficiale e così onorare l’eredità del suo maestro.

Per aiutarlo, un uomo di nome Jigoro Kano ha offerto il suo sostegno.

Kano è stato il fondatore del Judo. Ha effettuato un simile processo di modernizzazione lui stesso (Il Judo è stato creato dal Ju-Jutsu) e sapeva che le sue conoscenze sarebbero state necessarie per l’imminente compito di Funakoshi.

Corretto al 100%.

(In realtà, gli studenti di Funakoshi hanno poi raccontato che il loro sensei avrebbero dovuto togliersi spesso il cappello davanti al Kodokan, la sede del Judo, per mostrare la sua gratitudine eterna al prezioso aiuto di Jigoro Kano.)

Ora, è quì che le cose si fanno interessanti …

Dal momento che il Giappone era in una cultura di allineamento, il Toudi ha dovuto subire una serie di cambiamenti radicali per venir accettato come arte marziale ufficiale e in sintonia con le altre arti marziali giapponesi del tempo; come Judo, Aikido, Kendo, Iaido etc.

Ad esempio: il nome doveva essere cambiato.

Vedete, i giapponesi odiavano tutto ciò che era collegato con la Cina. Praticare un’arte marziale denominata “mano cinese” era politicamente fuori discussione.

Nel 1933, il nome è stato ufficialmente cambiato in “Karate-Do”.

“La Via della Mano Vuota”.

E questo era solo la punta dell’iceberg.

funakoshi_gichin_heian_nidanTutto divenne sistematizzato, codificato e formalizzato.

Sono stati introdotti atti ritualizzati e la terminologia giapponese, insieme a un sistema di cinture, kyu / dan, uniformi, nuove tecniche, schemi di movimento semplificati, il passaggio da auto-difesa a sviluppo della personalità, regole di gara, nuovi nomi ai kata, le norme di sicurezza e altro ancora.

Questa è stata la nascita del Karate moderno.

Ma Funakoshi non si è occupato solo di questo.

Ogni praticante di Okinawa Toudi che è andato in Giappone, tra cui pionieri come Miyagi Chojun, Mabuni Kenwa, Motobu Choki, Kanken Toyama, Taira Shinken, Uechi Kanbun ecc hanno dovuto adeguarsi a queste nuove regole.

Come il detto giapponese: “deru Kugi wa utareru”.

(“Il chiodo che sporge viene martellato giù.”)

Durante questo periodo è stato inventato il concetto di “stili” .

Il motivo era semplice: se il tuo Karate è diverso dal mio Karate, non possono essere chiamati con lo stesso nome; possono? Sì, ogni sensei ha dovuto registrare un nome per il suo “stile” con il Dai Nippon Butokukai.

Viene inventata una nuova qualifica come istruttore, chiamata “Renshi”. Creata soprattutto per evitare l’attribuzione agli insegnanti di Karate dei titoli preesistenti come shihan, kyoshi o Hanshi, considerati troppo nobili per la gente comune dell’isola.

Quì è dove il Karate si è ROTTO.

Mi spiego perché:

Ricordate, quanto scritto, che il Karate è stato pensato come un alternativa giapponese alla boxe?

C’era solo un problema …

Il Toudi era una complessa arte di combattimento che comprende proiezioni, calci, pugni, parate, prese, leve articolari, tecniche a terra, tecniche di evasione, contrattacchi, punti di pressione, armi e molto altro ancora.

Ma i giapponesi non avevano bisogno di tutto questo!

Hanno già avuto quella complessità nelle proprie arti marziali (note collettivamente come ‘Budo’).

Così hanno decimato il bagaglio tecnico del Karate.

Karate era spietatamente classificato per soddisfare le esigenze della società giapponese contemporanea e il programma politico.

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La carne era raschiata all’osso, e il karate confezionato in un formato 3K:

Kata, kihon, kumite.

È per questo che molti praticanti di Karate non hanno la capacità di gestire situazioni del mondo reale.

L’arsenale limitato del Karate moderno semplicemente non prepara l’appassionato medio di Karate con le competenze per affrontare il suo scopo originale (auto-difesa).

Mabuni, un amico di Funakoshi, ha ammesso in seguito:

“Il Karate che è stato introdotto a Tokyo è in realtà solo una parte del tutto. Coloro che hanno imparato il Karate hanno appreso solo calci e pugni e non le leve articolari ritenute appartenenti al judo o al Ju-Jutsu; E’ solo dovuto ad una mancanza di comprensione [...] coloro che stanno pensando del futuro del Karate dovrebbero avere una mente aperta e sforzarsi di studiare l’arte completa. “ - Mabuni [1889-1952]

Così…

È persa ogni speranza?

Siamo destinati a studiare un’arte marziale incompleta?

Sicuramente no!

Le tecniche originali di karate non vengono “perse”. 

Sono ancora qui – nascoste in bella vista.

Immerse in capsule del tempo concettuali noti come KATA.Nakazato-Joen_bunkai

E la chiave per svelare i loro segreti è scritta:

BUNKAI

Vedete, il kata contiene ancora l’essenza di come il Karate era originariamente destinato a funzionare.

Ecco perché il detto tradizionale “hito kata, Sannen” (un kata, tre anni) da così tanta importanza ad estrarre l’applicazione nascosta nei kata.

Il Karate era un’arte completa.

Lo può essere ancora.

Capire il kata per capire il Karate.

Il tuo legame con il passato è il vostro ponte verso il futuro.

Ritrovare l’essenza!

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Grazie a Patrick McCarthy, il numero 1 al mondo di Karate ricercatore e autore, per aver fornito l’intuizione storica presentata in questo articolo. Visitate la suo prossima edizione del Bubishi: La Bibbia di Karate, dove ho avuto l’onore di contribuire con un nuovo prologo.