L’INFLUENZA DELLA CULTURA GIAPPONESE NELLE ARTI MARZIALI

di Marco Forti – pubblicato su Karateka.it
Lo sviluppo della cultura giapponese è stato fortemente influenzato dalla scarsa disponibilità di superficie rispetto alla densità della popolazione e dall’isolamento geografico che, nel corso dei secoli, ha permesso di mantenere inalterati i valori originari della civiltà feudale.
出る釘は打たれる (deru kugi wa utareru)
Il chiodo che sporge va ribattuto
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La cultura giapponese si è evoluta esaltando l’ordine, l’importanza della gerarchia e dell’etichetta, l’unità e la legalità.

Il giapponese considera l’autorità necessaria alla sopravvivenza della società e l’ubbidienza all’autorità come una forma di cooperazione piuttosto che di coercizione. Il benessere del gruppo viene considerato più importante di quello del singolo.

Conformità sociale, gerarchia e dinamica del gruppo

L’antropologa giapponese Chie Nakane, afferma «Il Giappone moderno ha una struttura gerarchica che segue una stratificazione verticale in base alle istituzioni, piuttosto che orizzontale in base alle classi o alle caste. L’individuo giapponese non ha uno status individuale universalmente valido nella società, ma la sua identità è determinata esclusivamente dal ruolo che assume in una particolare istituzione.
Non bisogna confondere la gerarchia giapponese con quella occidentale, come se fossero equivalenti i rapporti di forza e le strutture sociali: il fine ultimo della gerarchia giapponese è la costituzione del gruppo. Gruppo, che può essere di lavoro, di studio o familiare.»(1)

Malgrado la sua modernizzazione, il Giappone rimane comunque una società gerarchica in cui tutto è regolato da convenzioni e norme meticolose.

Gli antichi guerrieri vivevano per la lealtà, la disciplina, l’obbedienza alla nazione al clan, alla famiglia e all’onore personale. Le forme oggi sono cambiate, ma le qualità del popolo giapponese sono rimaste invariate, così come le tradizioni, che sono vive perché condizionano inequivocabilmente un presente, che a sua volta le ridefinisce e rafforza.

Tradizione e modernizzazione non sono in Giappone in contrasto, ma due facce della medesima medaglia. Il sistema giapponese ha realizzato una completa integrazione fra modernizzazione e tradizione sfruttando le caratteristiche culturali a vantaggio dello sviluppo e dell’organizzazione.

studentesse giapponesi

Nella cultura giapponese esiste una forma d’ordine, a cui gli occidentali non sono abituati, in cui è vero che l’individuo è vulnerabile e l’individualità non viene incentivata, ma esiste una sensibilità comune che dà l’impressione di avere a che fare con una sorta di persona collettiva.

La gerarchia non ha quindi lo scopo di proclamare la supremazia di un individuo sugli altri, ma quella di stabilire i doveri all’interno del gruppo, in cui il valore dominante è l’armonia, che si manifesta nella gratitudine e lealtà, nei sentimenti di benevolenza e di comprensione del capo nei confronti dei suoi subordinati.

Esistono rapporti importanti che comportano differenze di età fra le persone coinvolte: quelli tra genitori e figli, tra insegnanti e studenti, tra superiori e subordinati, che divengono un modello per le altre relazioni interpersonali.

In Occidente, le differenze di età e di stato non influenzano i rapporti tra le persone come avviene in Giappone.

Gli studenti possono parlare con i professori in modo molto informale. Una matricola e un anziano in un college possono essere buoni amici. I giovani e agli anziani possono avere un rapporto paritetico.

In Giappone, quando i giapponesi si riuniscono, il loro comportamento è fortemente influenzato dalla consapevolezza del livello e del grado di ogni persona del gruppo in accordo con l’età e lo stato sociale.

La consapevolezza delle differenze di età e di rango è inoltre una necessità costante per l’uso appropriato della lingua giapponese. Un giapponese deve infatti parlare con un anziano usando un vocabolario e una forma linguistica più educati, usando cioè il linguaggio formale che in giapponese è chiamato Keigo.

Il rapporto Senpai-Kohai

Niente descrive più chiaramente questo aspetto della tradizione e della natura gerarchica della società giapponese che il rapporto tra Senpai(l’anziano o il superiore) e Kohai (più giovane) in qualsiasi organizzazione sociale.
L’atteggiamento verso il proprio Senpai è caratterizzato da formalismo, obbedienza e fiducia.

Il rapporto tra inferiori o Kohai e i loro Senpai segue le rigide regole imposte dall’etichetta, manifesta il rispetto della gerarchia e quindi l’adesione alla struttura sociale(2).

Secondo la cultura giapponese, l’accettazione di altri come propri superiori è uno strumento utile per insegnare la leadership, l’autocontrollo e l’autodisciplina.

Il rischio è che questa consuetudine possa inibire lo sviluppo personale: quando gli individui smettono di pensare con la loro testa e lasciano le decisioni ai loro superiori, possono diventarne dipendenti e interrompere il percorso che porta alla maturità, ma questo fa parte delle regole del gioco.

Nell’interpretare questo rapporto è importante tener presente la sua confrontabilità con la famiglia che rappresenta il pilastro della società giapponese in quando propone e rispecchia le norme, i valori culturali, le tradizioni e il pensiero comune.

All’interno della famiglia giapponese i bambini sono molto amati e viziati, le oba-san e gli oji-san (nonne e nonni) di solito occupano un posto speciale e godono di grande considerazione: l’inizio e la fine della vita sono considerati vicini al mondo spirituale e quindi degni di un rispetto maggiore. La dipendenza del più giovane, del più fragile della famiglia non solo è accettata, ma diventa il punto focale della relazione, in cui si esprimono i valori di coesione e di unità, e si consolidano i ruoli all’interno del gruppo.

I sentimenti di affetto e la gerarchia propri delle relazioni familiari, invece che entrare in contraddizione, si rafforzano vicendevolmente, affermando gli ideali di ordine e armonia.

Nella famiglia nascono e si sviluppano i valori fondamentali di tutte le relazioni interpersonali e il codice di comportamento che ne deriva consente di rendere simili e comparabili situazioni sostanzialmente dissimili, come l’ambiente famigliare, la scuola e il mondo del lavoro.

L’affermazione: «I Senpai sono come padri protettivi, come fratelli maggiori» indica proprio come la relazione Senpai-Kohai abbia profonde analogie con la relazione esistente all’interno della famiglia fra i genitori e i figli o fra il fratello maggiore e quelli più giovani.

Il rapporto senpai kohai nelle scuole

Il rapporto senpai kohai inizia nelle scuole

Gli studenti giapponesi incontrano il loro primo Senpai nella scuola media, quando si iscrivono a qualche circolo, sportivo o culturale, e questo rapporto durerà anche dopo il loro diploma.

I nuovi studenti sono addestrati, come dei soldati, a servire il loro Senpai. Quando parlano con il loro Senpai devono usare un linguaggio educato e formale per mostrare rispetto verso l’anziano.

Quando incontrano il loro Senpai devono inchinarsi.

Chiamare gli anziani per nome è proibito.

In questo rapporto molto rigido e formale, simile al sistema gerarchico dell’esercito, l’obbedienza è il valore più importante del Kohai.

Questa relazione si ripropone anche nel mondo del lavoro.

La relazione senpai-kohai si ripropone anche nel mondo del lavoro

Come già detto nella cultura giapponese è cruciale sapere in anticipo chi è più anziano e chi è più giovane in qualsiasi relazione personale, in modo tale da usare, nei confronti dell’anziano, il giusto tono di voce, l’appropriato livello di formalismo e di termini onorifici.

Per questo motivo nessun rapporto d’affari può cominciare prima di essersi scambiati i biglietti da visita (Meishi), che contengono informazioni molto precise e dettagliate sul rango e sulla posizione aziendale, in modo da aver chiaro chi deve portar riguardo a chi.

Le più recenti ed autorevoli analisi sulla moderna organizzazione giapponese conferiscono un posto determinante al rapporto Senpai-Kohai, che è considerato cruciale per comprendere le caratteristiche tipicamente giapponesi della loro struttura aziendale.

La relazione Senpai-Kohai è riproposta ed enfatizzata nel Budo giapponese.

Il Rei, ossia “il saluto” e quindi l’inchino come sua forma esteriore (Tatemae) e il rispetto come forma interiore (Honne), riunisce le nozioni di educazione, cortesia, gerarchia, lealtà e gratitudine.

Non per niente i termini, che in giapponese indicano l’etichetta (Reishiki / Reigi), derivano direttamente da Rei e in questa particolare accezione, l’etichetta non è solo l’espressione del mutuo rispetto all’interno della società, ma un mezzo per prendere coscienza della propria posizione e avvicinarsi alla comprensione del Budo.

Come nella famiglia c’è una gerarchia naturale, così è nel Budo: maestro e allievo, Senpai, Dohai e Kohai, gradi avanzati e principianti, e tutte queste relazioni devono agire in modo congiunto, per preservare l’ordine e l’armonia nel gruppo.

L’etichetta consiste nel determinare caso per caso il giusto equilibrio.

Per un giapponese che pratica in un dojo, adeguarsi a queste norme è facile, non ha che da replicare le regole di comportamento, che già applica, sotto altra forma nella sua vita sociale.

Per un occidentale è più difficile. L’informalità, che caratterizza i nostri rapporti quotidiani, mal si coniuga con le rigide norme dell’etichetta, di cui fatichiamo ad elaborarne i contenuti.

Le relazioni Sensei-Deshi e Senpai-Kohai, così diffuse e naturali nella società giapponese, sono per l’occidentale, anche se praticante di arti marziali, di difficile comprensione ed attuazione.

Eppure è così semplice: “Il Senpai si prende cura del Kohai, perché occupa il posto che è suo e merita perciò che ci si occupi di lui.” Allo stesso modo il rispetto verso il Senpai non deve essere richiesto o imposto, il Kohai “deve avere il desiderio naturale di rispettare il Senpai.

Così in Giappone l’allievo non fa domande al maestro, accetta l’insegnamento perché il Sensei ne sa di più, ha maggior esperienza, inoltre fare domande è considerato scortese e potenzialmente distruttivo dell’armonia del gruppo.

Forse è proprio questa semplicità, questa naturalezza, questa forma di ordine gerarchico per noi atipica, questa certezza che non ammette replica, che ostacola la capacità di capire …

Ma in fondo cosa c’è da capire … basta accettare.

Ed è di questa impostazione culturale, tutta giapponese, che il Karate-do moderno è figlio.

Ed è forse anche a causa di questa impostazione culturale che impone il non fare domande ai propri maestri che buona parte delle conoscenze e delle pratiche dell’antica arte di Okinawa si sono perse per sempre nelle sabbie del tempo …

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NOTE

(1) Chie Nakane – Personal Relations in a Vertical Society: A theory of Homogeneous Society – Kodansha – Tokyo 1967
(2) Patrizia Corgiat Mecio – La relazione Senpai-Kohai nella cultura giapponese – 2001

AIKIDO E KI-NORENMA

Tada Hiroshi Shihan – 9° dan Direttore didattico Aikikai d’Italia

Ki-no-renma tradotto letteralmente significa: “forgiare la propria energia vitale”. Il termine “renma” è usato in Giappone per indicare l’arte della forgiatura delle spade che avviene attraverso un lavoro lento, lungo e ripetuto di sovrapposizione di diversi strati di metallo. La parola “ki” (prana in sanscrito, ch’i in cinese) rappresenta l’energia vitale che sottostà al metabolismo, alla sopravvivenza e all’espressione mentale, emotiva e spirituale dell’essere umano.

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Il ki non va  inteso come una semplice energia materiale simile all’elettricità, ma piuttosto come una forza sottile dotata di intelligenza, amore e volontà.
Nel corpo umano il ki scorre all’interno del sistema nervoso e di particolari canali definiti meridiani.
Durante la pratica del ki-no-renma, si cerca di entrare in contatto, assorbire, assimilare e far circolare in noi questa Forza che è contemporaneamente personale e universale.

ki - "energia vitale"

ki – “energia vitale”

Quindi il ki-no-renma è l’insieme degli insegnamenti esoterici e interiori relativi alle tecniche di respirazione, concentrazione e meditazione per la pratica dell’aikido. Queste tecniche sono state insegnate al direttore didattico dell’Aikikai, H. Tada Sensei, da Nakamura Tempu che le ha a sua volta apprese in India dal maestro di raja yoga, Kaliapa. Senza la conoscenza e la pratica del ki-no-renma, le tecniche dell’aikido mancano della loro sostanza e profondità e rimangono delle vuote forme esteriori. Il ki-no-renma è comunque una validissima pratica anche per chi non è attratto dall’aikido in quanto fornisce le basi filosofiche ed esperienziali per tutti coloro che sono interessati alla propria crescita spirituale e all’incremento della propria energia.

Tecniche studiate:

  • tecniche di respirazione e incremento dell’energia (kokyu, pranayama);
  • tecniche di concentrazione (dharana);
  • apertura dei centri sottili (tanden, chakra);
  • controllo dei 5 sensi (pratyahara);
  • meditazione (anjodaza).

Obiettivi:

  • incrementare la propria energia vitale;
  • migliorare la concentrazione;
  • rilassare il corpo rendendolo più forte;
  • ridurre lo stress;
  • imparare la meditazione,
  • dare una solida base interiore alla pratica tecnica dell’aikido.

 LE PREGHIERE DI NAKAMURA TEMPU

Versi del pranayama

In questo grande Universo, che è imperscrutabile
e divino, vi è un vigore che da forza all’energia di noi esseri umani.
Esso risiede ovunque ed ogni luogo riempie.
Con un metodo misterioso detto pranayama, con gratitudine profonda, dalle viscere fino all’estremità dei quattro arti,
accogliamo tale vigore, finché non ne siamo più che sazi.

Giuramento giornaliero
Senza cedere a rabbia, timore e dolore
Con onestà, benevolenza, piacere
Con forza, coraggio e fede
Oggi adempirò i miei doveri verso la vita
Mai perderò la pace e l’amore
E vivrò come un autentico essere umano.
Tutto questo oggi giuro a me stesso.

Versi della forza
Io sono la Forza. Un cristallo della Forza
Dunque nulla può vincermi
Malattia, destino e tutto il resto
La Forza sovrasta.
E’ cosi! Un cristallo della potente potente Forza io sono.

PERCHÉ IL KARATE MODERNO È IN CRISI (E COME SI PUÒ RISOLVERE IL PROBLEMA)

Perché il Karate moderno si è rotto (e come si può risolvere il problema)

Pubblicato in KaratebyJesse – ed in Karateka.it

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Articolo tradotto con l’autorizzazione dell’autore Jesse Enkamp.

Articolo originale: http://www.karatebyjesse.com/why-karate-is-broken/ 

Luglio 1920.

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La prima guerra mondiale è ufficialmente finita.

La bolla economica del Giappone sta esplodendo.

Per impedire alla gente di pensare all’imminente recessione del dopoguerra, il governo giapponese decide di aumentare il pubblico spettacolo.

Come tutti sappiamo, i media sono la migliore medicina per un momento duro, Non trovi?

Un giorno, un programma speciale è in scena nelle sale cinematografiche …

E ‘il campionato del mondo di boxe, tra Jack Dempsey e Georges Carpentier.

Molti giapponesi non avevano mai visto la boxe.

Erano stupefatti!

Vedete, in Giappone, hanno tradizionalmente usato le armi per combattere – come la spada lunga, la spada corta, l’arco e frecce, la lancia o un coltello. E quando non hanno usato le armi, hanno combattuto con la lotta, proiezioni, leve articolari, strangolamenti e così via.

Combattere come i pugili occidentali era davvero folle!

Nelle Arti marziali giapponesi non sì è mai visto niente di simile.

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Che incredibile opportunità …

I leader giapponesi hanno notato la reazione del pubblico alla boxe e hanno visto l’evento come una brillante occasione per rafforzare il nazionalismo e lo spirito giapponese (yamato damashii) dei suoi cittadini.

I pugili famosi sarebbero stati invitati a promuovere lo sport nel Giappone. Svolte manifestazioni pubbliche. Club di boxe che venivano aperti ed emozionanti incontri di boxe sarebbero andati in onda in tutta la nazione.

Tutto questo aumenterebbe lo spirito del samurai del Giappone!

C’era solo un piccolo dilemma:

Non tutte le persone avrebbero apprezzato l’idea di portare ulteriori influenze straniere.

Il sistema scolastico giapponese, modello militare e delle infrastrutture erano già basati su influenze europee, in particolare della Germania, Gran Bretagna e Francia.

Non potrebbero, invece, essere i giapponesi ad insegnare boxe?

Beh, che ci crediate o no …

Nel 1921, una rivista di Tokyo ha pubblicato un articolo innovativo di Sasaki Gogai, che ha detto che il pubblico giapponese non deve guardare a Occidente per avere esperti stranieri di pugilato, persone con tali capacità esistono già in Giappone in un regno dell’isola a sud.

Quell’isola era Okinawa – il luogo di nascita del Karate.

Lo stesso anno, il principe ereditario Hirohito visitò Okinawa nel viaggio verso l’Europa. Durante la visita di Hirohito è stata organizzata una manifestazione in suo onore da un gruppo di artisti locali.

Lo spettacolo culturale includeva danza, il canto, la musica dal vivo …

… E qualcosa chiamato “Toudi”.

Toudi era il nome della locale arte marziale di Okinawa. Il nome letteralmente significava “mano cinese”, a significare che è stata influenzato da antiche arti di combattimento cinesi.

La manifestazione ha mostrato una serie di attacchi, calci, parate e pugni contro gli avversari, e anche il combattimento senza avversari – simile alla boxe a vuoto.

Incredibile.

Questo metodo di combattimento rurale, dalla piccola isola di Okinawa, potrebbe diventare la risposta alla boxe che i giapponesi stavano cercando!

Uno degli artisti era l’uomo perfetto per la diffusione del Toudi in madrepatria Giapponese. Ha lavorato come insegnante nella scuola, era acculturato, parlava giapponese e aveva praticato Toudi fin da giovane età.

Il suo nome era Gichin Funakoshi [1868-1957].

(O Shoto, come amava chiamare se stesso.)

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E ‘diventato “il prescelto”.

Nel mese di maggio 1922, Gichin Funakoshi è stato invitato alla prima Esposizione Atletica Nazionale tenutasi nel quartiere Ochanomizu di Tokyo, per promuovere il Toudi.

La sua presentazione è stata un successo!

Tutti il continente Giapponese ha apprezzato il lavoro presentato da Funakoshi, e si è convinto che è quello di cui c’era bisogno in quel momento. Funakoshi poteva così completare la missione del suo maestro Itosu Anko, che anni prima aveva guidato una campagna per diffondere il Toudi a Okinawa attraverso il sistema scolastico.

Funakoshi avrebbe potuto portare il Toudi fuori dalla sua culla, facendone un’arte marziale giapponese ufficiale e così onorare l’eredità del suo maestro.

Per aiutarlo, un uomo di nome Jigoro Kano ha offerto il suo sostegno.

Kano è stato il fondatore del Judo. Ha effettuato un simile processo di modernizzazione lui stesso (Il Judo è stato creato dal Ju-Jutsu) e sapeva che le sue conoscenze sarebbero state necessarie per l’imminente compito di Funakoshi.

Corretto al 100%.

(In realtà, gli studenti di Funakoshi hanno poi raccontato che il loro sensei avrebbero dovuto togliersi spesso il cappello davanti al Kodokan, la sede del Judo, per mostrare la sua gratitudine eterna al prezioso aiuto di Jigoro Kano.)

Ora, è quì che le cose si fanno interessanti …

Dal momento che il Giappone era in una cultura di allineamento, il Toudi ha dovuto subire una serie di cambiamenti radicali per venir accettato come arte marziale ufficiale e in sintonia con le altre arti marziali giapponesi del tempo; come Judo, Aikido, Kendo, Iaido etc.

Ad esempio: il nome doveva essere cambiato.

Vedete, i giapponesi odiavano tutto ciò che era collegato con la Cina. Praticare un’arte marziale denominata “mano cinese” era politicamente fuori discussione.

Nel 1933, il nome è stato ufficialmente cambiato in “Karate-Do”.

“La Via della Mano Vuota”.

E questo era solo la punta dell’iceberg.

funakoshi_gichin_heian_nidanTutto divenne sistematizzato, codificato e formalizzato.

Sono stati introdotti atti ritualizzati e la terminologia giapponese, insieme a un sistema di cinture, kyu / dan, uniformi, nuove tecniche, schemi di movimento semplificati, il passaggio da auto-difesa a sviluppo della personalità, regole di gara, nuovi nomi ai kata, le norme di sicurezza e altro ancora.

Questa è stata la nascita del Karate moderno.

Ma Funakoshi non si è occupato solo di questo.

Ogni praticante di Okinawa Toudi che è andato in Giappone, tra cui pionieri come Miyagi Chojun, Mabuni Kenwa, Motobu Choki, Kanken Toyama, Taira Shinken, Uechi Kanbun ecc hanno dovuto adeguarsi a queste nuove regole.

Come il detto giapponese: “deru Kugi wa utareru”.

(“Il chiodo che sporge viene martellato giù.”)

Durante questo periodo è stato inventato il concetto di “stili” .

Il motivo era semplice: se il tuo Karate è diverso dal mio Karate, non possono essere chiamati con lo stesso nome; possono? Sì, ogni sensei ha dovuto registrare un nome per il suo “stile” con il Dai Nippon Butokukai.

Viene inventata una nuova qualifica come istruttore, chiamata “Renshi”. Creata soprattutto per evitare l’attribuzione agli insegnanti di Karate dei titoli preesistenti come shihan, kyoshi o Hanshi, considerati troppo nobili per la gente comune dell’isola.

Quì è dove il Karate si è ROTTO.

Mi spiego perché:

Ricordate, quanto scritto, che il Karate è stato pensato come un alternativa giapponese alla boxe?

C’era solo un problema …

Il Toudi era una complessa arte di combattimento che comprende proiezioni, calci, pugni, parate, prese, leve articolari, tecniche a terra, tecniche di evasione, contrattacchi, punti di pressione, armi e molto altro ancora.

Ma i giapponesi non avevano bisogno di tutto questo!

Hanno già avuto quella complessità nelle proprie arti marziali (note collettivamente come ‘Budo’).

Così hanno decimato il bagaglio tecnico del Karate.

Karate era spietatamente classificato per soddisfare le esigenze della società giapponese contemporanea e il programma politico.

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La carne era raschiata all’osso, e il karate confezionato in un formato 3K:

Kata, kihon, kumite.

È per questo che molti praticanti di Karate non hanno la capacità di gestire situazioni del mondo reale.

L’arsenale limitato del Karate moderno semplicemente non prepara l’appassionato medio di Karate con le competenze per affrontare il suo scopo originale (auto-difesa).

Mabuni, un amico di Funakoshi, ha ammesso in seguito:

“Il Karate che è stato introdotto a Tokyo è in realtà solo una parte del tutto. Coloro che hanno imparato il Karate hanno appreso solo calci e pugni e non le leve articolari ritenute appartenenti al judo o al Ju-Jutsu; E’ solo dovuto ad una mancanza di comprensione [...] coloro che stanno pensando del futuro del Karate dovrebbero avere una mente aperta e sforzarsi di studiare l’arte completa. “ - Mabuni [1889-1952]

Così…

È persa ogni speranza?

Siamo destinati a studiare un’arte marziale incompleta?

Sicuramente no!

Le tecniche originali di karate non vengono “perse”. 

Sono ancora qui – nascoste in bella vista.

Immerse in capsule del tempo concettuali noti come KATA.Nakazato-Joen_bunkai

E la chiave per svelare i loro segreti è scritta:

BUNKAI

Vedete, il kata contiene ancora l’essenza di come il Karate era originariamente destinato a funzionare.

Ecco perché il detto tradizionale “hito kata, Sannen” (un kata, tre anni) da così tanta importanza ad estrarre l’applicazione nascosta nei kata.

Il Karate era un’arte completa.

Lo può essere ancora.

Capire il kata per capire il Karate.

Il tuo legame con il passato è il vostro ponte verso il futuro.

Ritrovare l’essenza!

_________

Grazie a Patrick McCarthy, il numero 1 al mondo di Karate ricercatore e autore, per aver fornito l’intuizione storica presentata in questo articolo. Visitate la suo prossima edizione del Bubishi: La Bibbia di Karate, dove ho avuto l’onore di contribuire con un nuovo prologo.

KARATEDO

a cura del M° Lucio Maurino – Le origini del Karate hanno radici antichissime, in particolar modo al Kenpo cinese, al Kenjutsu / Jujutsu giapponese,  e sono fortemente legate al combattimento per la sopravvivenza poiché lo scopo primario del Karate era quello di difendersi dai malintenzionati mettendoli fuori combattimento con un solo colpo o movimento. Per ottenere ciò era indispensabile la conoscenza dei punti vitali (Kyusho), la precisione e la giusta concentrazione di forza nei colpi.

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Tuttavia il Karate, riconosciuto in maniera ufficiale ad Okinawa nel 1936 quando è stato collocato dalla Dai Nippon Butokukai nel novero delle 12 arti del BUDO giapponese, viene modificato nelle sue varie strategie e tecniche marziali che hanno finito col modificare i suoi brutali metodi si supremazia marziale in sistemi di allenamento la cui metodologia ha come obiettivo finale il miglioramento dell’individuo. Per tali ragioni, l’obiettivo primario del KARATEDO è diventato “Ricercare un miglioramento continuo della propria personalità nell’inevitabile conflitto del vivere sociale”.

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La realizzazione di tale obiettivo passa inevitabilmente attraverso una pratica che va necessariamente svolta considerando tre livelli di studio:

·      SHIN – Interiore (Mentale e Spirituale)

·     GI – Tecnico (Organizzazione dei segmenti corporei, nello spazio e nel tempo, finalizzata ad uno scopo)

·     TAI – Fisico (Armonizzazione delle nostre azioni – contrazione ed espansione – nel tempo e nello spazio).

Infatti, così come le altre arti marziali appartenenti al BUDO che seguono la SHINKAKU NO MICHI (La Via dei Principi Etici e Morali), il Karatedo ha come comune denominatore lo studio del pianeta uomo e le sue capacità psico-fisiche in armonia con le leggi universali. Migliorare solo la tecnica senza migliorarci come individui significa non aver compreso la Via (DO): vivere in armonia con quello che ci circonda, e quindi coltivare una piena realizzazione personale e sociale.
Ciò rappresenta la filosofia delle Arti Marziali giapponesi legate al BUDO, anticamente studiate attraverso tecniche di meditazione e movimenti del corpo predefiniti (KATA). Questo è stato perpetuato fino ad oggi dai grandi Maestri.
Sia nella metodologia che nel programma tecnico non devono esistere competizioni di sorta, ma bisogna basarsi essenzialmente sul senso del rispetto di sé e degli altri. Questo concetto deve essere garantito dall’etichetta (REIGI o REISHIKI) e dalla gerarchia che fanno del Karatedo una scuola di impegno fisico, psicologico e morale per eccellenza dove vengono esaltate non la supremazia sugli altri (competizioni) ma quelle qualità insite in ogni individuo che sono la costanza, l’impegno e la determinazione.
I passaggi di grado indicano il progressivo miglioramento degli allievi e, allo stesso tempo, li aiutano a prendere conoscenza delle proprie qualità e dei propri limiti. Gli esami, intesi in tal senso, sono quindi un sistema non tanto di valutazione tecnica ma un mezzo per meglio conoscersi attraverso una sincera autocritica. Il senso della prova d’esame, va quindi al di là del fatto di essere ammessi ad un grado superiore o meno, ma deve aiutare a migliorare passo dopo passo quella “Via” che in definitiva è la nostra stessa esistenza. Lo studio della tecnica, l’abilità e la maestria sono solo il mezzo attraverso il quale cerchiamo di migliorarci come individui.

La pratica del Budo è un processo di realizzazione che dura tutta una vita. Ognuno deve applicare i valori appresi nel Dojo alla vita di ogni giorno, questa è la Via (DO). Insegnare questo stile di vita è un lungo viaggio che trascende ogni cultura, religione o orientamento politico, e che rappresenta un contributo prezioso per tutto il genere umano.

Oggi le Arti Marziali sono integrate nello Sport come attività educative e formative, e sono praticate anche per migliorare la forma fisica, per questo motivo hanno riscosso una vasta popolarità in tutto il mondo. Tuttavia è importante sottolineare che l’essenza del KARATE-DO, “La Via della mano vuota” (KARA = VUOTO, TE = MANO, DO = VIA), risiede nella ricerca profonda della sua forma d’arte, dove in ogni tecnica si utilizza il corpo nel suo insieme, per raggiungere elevati livelli di efficacia, precisione ed essenzialità coma la lama di una katana (spada giapponese).

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La tecnica, ripetuta giorno dopo giorno, è quindi non solo strumento per affinare abilità fisiche e mentali, ma una pratica che aiuta ad un profonda comprensione di se stessi e degli altri, con un approccio olistico, tipico delle discipline marziali dove si richiede massimo controllo delle proprie emozioni e limpido stato d’animo, ossia unione tra “mente, corpo e spirito,” su cui poggia la tradizione del BUDO giapponese.
A differenza del periodo in cui si diffuse da Okinawa a tutto il Giappone, e poi in tutto il mondo, oggi il Karate-Do si è sempre più orientato verso la promozione delle competizioni (principio della “Tecnica della Vittoria”). L’idea fondamentale del combattimento (KUMITE) e delle forme (KATA) di Karate, come sport moderno, risiede in quanti punti vengono realizzati in un certo tempo o in quanto una “performance” possa essere migliore di un’altra. Ciò comporta determinare un vincitore, il ché rende facile per lo spettatore la comprensione di questo processo. Tuttavia questo aspetto presenta un evidente dilemma: la ricerca dell’Arte attraverso la cultura tradizionale o la pratica del Karate come Sport?

Considerando le finalità, gli obiettivi, la didattica strutturale dell’insegnamento e la pratica, si può desumere che il perseguimento di uno di questi scopi tende ad escludere l’altro. Proprio per questa ragione è di notevole difficoltà il connubio di entrambi gli aspetti. Tuttavia è importante ricordare che il segreto per la realizzazione della tecnica perfetta nell’arte del Karate, si trova in una pratica intensa e continua delle basi (KIHON = Fondamentali del Kata/Kumite), dei modelli predefiniti di combattimento (KATA = Forme), delle loro analisi e applicazioni (BUNKAI e GOSHIN-JUTSU) e del combattimento libero (KUMITE), che abbinati a creatività, ricerca e introspezione forniscono strumenti indispensabili per un proficuo apprendimento dell’arte del Karate.

KATA
Kata (giapponese o , traducibile con forma, modello, esempio) nelle arti marziali indica, sotto il profilo tecnico, una serie di movimenti preordinati e codificati che rappresentano varie tecniche e tattiche di combattimento evidenziandone i principi e le opportunità di esecuzione.
Sotto un profilo interno, invece, la pratica del kata mostra la capacità del praticante di vivere il momento, di far vibrare le corde più profonde del proprio corpo esercitando un autocontrollo sulla respirazione e ricercando una efficacia nelle tecniche, armonizzando tutto il kata in un qualcosa di più che un semplice schema.
I kata esistono nel Karate, nel Judo, nel Jujitsu, e all’interno della pratica di diverse scuole antiche di armi giapponesi come Iaido (via dell’estrazione della spada giapponese), Jodo (bastone di 128 cm utilizzato contro la spada) e Naginata (alabarda). Il kata preserva, quindi, una tradizione tecnica e allo stesso tempo un
a tradizione culturale.

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L’esercizio del kata non si pratica solo nelle discipline marziali, ma in tutte quelle arti tipiche del Giappone che abbiano come fine il dō (), la “via”: Jūdō (via della cedevolezza), ken-dō (via della spada), Kyudo (via dell’arco), Aikido (via dell’armonia), ma anche Shodo (via della calligrafia), Kado (via della composizione floreale) e Sado (via della cerimonia del thè). In tutte queste discipline ci si propone di fondere, attraverso la respirazione, le componenti fisica e mentale eseguendo una predeterminata sequenza di gesti (tecnica) per raggiungere una più elevata condizione spirituale.
Ogni kata è composto da una serie di movimenti che ne costituiscono la caratteristica evidente, ma presenta altri elementi che sfuggono alla comprensione più immediata: i maestri che li hanno creati hanno spesso volutamente mascherato il significato di alcuni passaggi per evitare che altri se ne impadronissero. Per esempio i kata vennero mimetizzati in danze innocue, nel periodo in cui ad Okinawa vigeva la proibizione di praticare le arti marziali.

 

KUMITE
Il kumite è una delle tre componenti fondamentali dell’allenamento nel Karate, assieme a kata (con relative applicazioni) e kihon (studio dei fondamentali), e consiste nel combattere con un avversario in diverse modalità.
Il termine giapponese kumite viene tradotto con la parola combattimento, però tale termine è incompleto, cioè privo degli elementi compresi nel concetto di kumite. Kumite si compone della parola kumi, che significa “mettere insieme”, e della sillaba te, che significa “mano”. Per kumite si intende quindi l’incontrarsi con le mani: nel confronto reale come in quello di palestra è necessario un avversario. Lo scopo del vero combattimento è quello di abbattere l’avversario, quello del kumite è la crescita reciproca dei praticanti.

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 Il kumite presuppone due fasi ben distinte: l’apprendimento delle tecniche dal punto di vista formale e la loro applicazione. L’importanza che riveste la forma (kata) in funzione del combattimento è quindi fondamentale, perché racchiude le basi del karate. La filosofia del karatedo impone di migliorarsi continuamente per ricercare la massima padronanza tecnica e mentale, così da raggiungere equilibrio interiore, stabilità, consapevolezza. Per allenare il combattimento, nel senso del karate-do, vengono studiati diversi tipi di kumite fondamentale: combattimento a cinque passi, a tre passi, a un passo, semilibero, libero, etc..

GOSHIN JUTSU

Nella sua forma più antica denominata GOSHIN JUTSU, il Karate è specificamente studiato per la difesa personale. La parola goshin è composta da ‘GO’, tradotto come proteggere o difendere e ‘SHIN’, tradotto come corpo, sé stesso, uomo, mentre JUTSU significa arte, metodo, tecnica.

E’ la forma concreta ed essenziale del Karate inteso come metodo di combattimento totale in cui si impara a controllare e neutralizzare un attacco di uno o più aggressori e ad eseguire la tecnica più appropriata con la massima potenza nel lasso di tempo più breve.

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E’ necessario quindi la conoscenza dell’anatomia del corpo umano e dei vari punti sensibili e vitali, eredità della medicina orientale, che permettono anche a persone non particolarmente dotate fisicamente di poter prevalere contro avversari più forti e prestanti.
La pratica e l’allenamento trasformano le varie parti del corpo in armi che possono consentire la supremazia in un combattimento. Quando l’obbiettivo principale è la neutralizzazione del nostro avversario, si ricorrerà infatti ad ogni possibile parte del corpo con cui si renda necessario colpire il nostro aggressore.
Si parla di aggressore perché, per quanto nel Karate siano previste tecniche per attaccare, non rientra nello spirito e nella filosofia del Karateka colpire per primo ma solo se aggredito (principio: “Karate ni sente nashi”).
Il Goshin Jutsu, anche considerando le differenti doti fisiche, tecniche e psicologiche di ogni individuo, implica necessariamente una pratica costante nel tempo che serve a stimare la propria zona di influenza, il concetto di distanza e tempo, l’uso degli spostamenti e soprattutto il controllo, tutti punti fondamentali nello studio della difesa personale.
Non bisogna dimenticare, però, che il proprio movimento è la manifestazione del proprio spirito. Per tale ragione una pratica corretta deve prevedere lo studio di diversi aspetti tra loro interdipendenti come il rilassamento fisico e mentale, l’uso corretto della respirazione (kokyu), la visualizzazione, la concentrazione, la meditazione, gli spostamenti (ashi-sabaki, tai-sabaki), le cadute (ukemi), le posizioni (tachi-kata), le tecniche di percussione (atemi waza – tsuki, uchi, hiji, keri), la conoscenza delle zone bersaglio e dei punti vitali (kyusho), le tecniche di parata (uke-waza), l’allenamento all’impatto (makiwara, scudo, colpitori, sacco, ecc.), gli squilibri (kuzushi-waza), gli proiezioni (nage-waza), leve articolari (kansetsu/tuidi-waza), le evasioni e controtecniche (gyaku-waza), il controllo e le immobilizzazioni (katame-waza), gli strangolamenti/soffocamenti (shime-waza), la lotta a terra e la sottomissione (ne-waza), la tattica e la strategia del conflitto (heiho), l’intenzione che guida l’energia (kime-waza), la dinamica delle tecniche, la fluidità e la continuità nell’azione (renraku/renzoku-waza), la coordinazione, l’equilibrio, la mobilità articolare e la flessibilità.
Solo così il Karatedo diventa una via di autorealizzazione, in cui il corpo, la mente e lo spirito si fondono in armonia con la natura e il fluire dell’energia dell’Universo.